Consigli di lettura: L’Isola del Muto

isola del muto 1

L’Isola del Muto di Guido Sgardoli, San Paolo Edizioni, racconta la storia di una famiglia, la famiglia di custodi di un faro, a partire dal suo capostipite, detto appunto “Il Muto”.

La storia è ambientata in Norvegia, inizia nei primi dell’Ottocento e prosegue fino agli anni Sessanta del Novecento, narrando le vicende delle generazioni di custodi che si susseguono e che si intrecciano con le vicende della Storia stessa.

Patrioti, eroi, filosofi, personaggi materni e coraggiosi.

La famiglia Bjørneboe ha origine da Arne che, segnato dalla vita, semplicemente smette di parlare e si lascia scorrere il tempo addosso. Un suo atto di generosità spontanea ed inaspettata gli frutta un’opportunità: quella di diventare custode del faro in un’isola talmente piccola da essere nota come “Lo Scoglio”.

In questo ambiente apparentemente inadatto alla vita Arne trova invece un luogo da chiamare casa. Si trova a suo agio perchè l’isola lo rispecchia e lo stesso avviene per colei che diventerà sua moglie, che riuscirà a vedere oltre il volto deturpato di Arne così come oltre l’aspetto brullo dell’isola.

Lo Scoglio diventerà da qui in avanti un “faro” per la stessa famiglia Bjørneboe: un luogo in cui trovare il senso dei propri giorni, o da cui cercare di staccarsi, ma sempre presente nella mente, anche di coloro che non vi hanno mai messo piede.

Si evolverà assieme alla famiglia rispecchiandola: dalla minuscola casetta che aveva ospitato Arne e Gunhild al piccolo villaggio che attorno agli anni trenta prospera grazie al contrabbando dell’alcolico Akevitt dei fratelli Bjørneboe. Lo Scoglio vive sere d’estate profumate di glicine, in cui il grammofono fa risuonare le canzoni di Mamie Smith ed Al Jolson e fa ballare spensieratamente quello che ormai è il clan dei custodi del faro.

13395076_1735184910073096_1221805239_nC’era una forte componente di responsabilità che non ti abbandonava mai, che avevi nel sangue, se eri figlio di un farista. E c’era che l’isola, com’era sua natura, tendeva a separarti dal resto del mondo, a staccartene, a convincerti che il mondo non aveva bisogno di te, né tu del mondo. Faceva in modo di radicarti a sé. […] Era così che i posti diventavano case. Lo diventavano a volte per sempre o per un tempo sufficientemente lungo a che quello spazio sembrasse appartenere davvero a quella famiglia, a tutte le persone che ci vivevano e che ci erano nate, anche a quelle che se n’erano andate.”  pg 223

Perchè leggere L’Isola del Muto

L’Isola del Muto parla della storia di una famiglia: di come i ricordi nelle famiglie si muovano, prendano vita e si trasformino in qualcos’altro, vadano perduti e poi “casualmente” ritrovati. Frammenti difficili da decifrare, come un pesce scolpito in un pezzo di legno, che però si fanno portatori di un tesoro di identità che resta alle generazioni successive, magari non compreso, ma presente.

Parla di cosa rimane delle vite di coloro che ci hanno preceduto, di come certi particolari, magari inaspettati, diventino l’impronta di una persona nella sua famiglia, di cosa erano in principio e di cosa sono poi diventati.

Narra di come certi tratti si tramandino nelle famiglie, saltando fuori qui e là nelle generazioni successive sotto forma di “tipi” familiari; tratti che poi ognuno gestisce a modo proprio e sceglie come mettere a frutto.

Ogni persona, leggendo questo libro, può ritrovare per certi versi la propria famiglia, la sua storia, la sua evoluzione e i diversi modi di ricordare chi ci ha preceduto. Aneddoti, oggetti, ritratti e luoghi: tutto, piacevole o meno, crea quella base a partire dalla quale ci muoviamo nel mondo, dalla quale magari vogliamo fuggire o al contrario non desideriamo affatto staccarci, ma comunque un punto di partenza.

Questo libro parla anche di come la vita prepotentemente si impone, trovando il modo di proseguire contro ogni aspettativa, trovando sempre nuovi modi creativi di rigenerare se stessa.

Un insegnamento di cui tutti possiamo fare tesoro.

A questo libro mi sento di abbinare la ricetta della “Torta al cacao della vera testardaggine” che potete trovare qui.

Ho scelto di abbinare questa ricetta perchè mi ricorda un po’ questo libro: da situazioni apparentemente difficili e da quella che sembrerebbe scarsità di scelta (e di ingredienti) si può invece tirare fuori qualcosa di piacevole, buono ed aperto ad ulteriore miglioramento.

Buona lettura

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Psicologa Psicoterapeuta
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